Archive for marzo, 2010

Wrapping up things…

Opportunità, spettacolo e speranza. Tre parole (e tre conferme) che possono riassumere la mia ennesima visita in terra statunitense. Un minimo di spiegazione:

  • Opportunità: potete criticarla quanto volete, ma ogni volta che torno negli USA accade sempre qualcosa che ti fa capire che per te un’opportunità ci sarebbe. A mio parere è una paese ricchissimo di possibilità per chi ha voglia di fare, uno di quei luoghi dove forse forse puoi anche realizzare i tuoi sogni (un’utopia per il vecchio scarpone). Vedi il personaggino in foto (io venuto orribile..va beh..)…che dopo un anno di lavoro, sofferenza e fatica…ora è osannato dalla folla statunitense e si trova a sfidare i più grandi al mondo in uno sport che non è per niente italiano. Beh complimenti Gallo…te l’avevo detto io…
  • Spettacolo: a parte il basket nei palazzetti, il football americano in tv, i long island ice tea nei bar, le ali di pollo da Hooters e i mega hamburger a doppio strato uovo e pancetta nei pub…Phoenix e dintorni hanno offerto uno spettacolo paesaggistico degno di nota: deserti spogli, cactus di ogni forma e rocce a picco hanno ricreato uno di quei paesaggi alla Willy e il Coyote che mai mi sarei aspettato di vedere. Peccato non aver avuto il tempo di visitare un pò fuori le “mura” causa tempo non perfetto e poco free time..va beh..sarà per la prossima!
  • Speranza: c’è sempre una speranza per tutti anche se non sembra a prima vista. Nonostante il classismo che caratterizza fortemente questa società, ogni volta che ci parlo, riesco a vedere negli occhi della gente un piccolo lumicino sempre acceso…un bagliore che non si spegne mai. In ogni discorso, c’è costantemente la speranza di diventare qualcuno o qualcosa un giorno…un atteggiamento che noi abbiamo perso da un pezzo…o meglio…al quale ci siamo allontanati da un pò! I loro sono ideali completamente diversi dai nostri…che poi ogni tanto convergono in punti comuni ma prendendo strade e tempi differenti. Tutto qua.

Ecco lo sapevo…appena incomincio con i riassunti e ripenso al vissuto divento nostalgico e anche un pò antipatico. E’ solo che la mediocrità alla quale ci vogliono abituare nel nostro paese non mi piace più…come anche la falsità di essere qualcuno e poi invece non sei altro che una persona comune con le conoscenze giuste.

Sarebbe ora di cambiare…ma non sono proprio sicuro che da noi lo slogan “yes we can” potrà mai funzionare…

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Airports…

E così arriviamo al sabato…giorno della partenza e dell’arrivo in terra straniera. Un viaggio interminabile attraverso 2 continenti, 4 aeroporti, 1 volo cancellato e 6/7 birre bevute per far passare la stanchezza del viaggio/alzataccia misto rabbia e rassegnazione.

Prima volta nel midwest e prima volta che mi necessita più di un giorno di tempo per arrivare a destinazione. Le tappe:

  • Cesena: sveglia ore 4 (fuso italiano) di sabato…volevo morire!
  • Bologna – Bruxelles: levataccia visto l’aereo dal capoluogo emiliano in partenza verso le 6:20, quindi arrivo già scazzato (I’m not a morning person at all)…poi in ritardo e per di più con l’aereo completamente pieno. Si vede che ho beccato un giorno di contro-esodo africano dal momento che l’aereo era completamente occupato da persone di colore con il solito bagaglio immenso da portare in cabina. Non ho mai capito come facciano…ma avete presente? …si costruiscono con cartone e nastro adesivo dei pacconi così compressi che misteriosamente riescono a passare i controlli (di sicurezza ma anche peso e misura) e bene o male riescono incredibilmente a stare anche in cabina. E io che vado via sempre preciso e misurato…
  • Bruxelles – Chicago: viaggio ancora nella calca…pieno in ogni ordine di posto. Mi scelgo il classico posto lontano dal finestrino con gamba sinistra in grado di scorrazzare per il corridoio, e vicino a me un uomo belga sulla mezza età con una gran voglia di parlare italiano…dannazione! Oltre a questo, viaggio con American Airlines terribile causa cibo (vedi foto), causa assenza di birra gratuita ($ 7 a birra quando sulla Lufthansa bevi gratis tutto il viaggio), causa mancanza di schermo personale (ma uno in alto a sinistra stile gita in corriera con 1 solo film in proiezione su 10 ore di viaggio), causa mancanza di personale decente d’aspetto e sotto la 30ina (su dai…anche l’occhio vuole la sua parte). Stretto, scomodo e annoiato…credetemi…10 ore interminabili. Una nota di demerito all’aeroporto di Bruxelles: quanto si nota l’errore fatto dai progettisti della zona o forse meglio da chi stimava l’importanza strategica della capitale belga o di un aeroporto in quella zona…uno scandalo! L’aeroporto è immenso…ci sono corridoi infitini, scale gigantesche, sale d’attesa immense…e i non c’è una minchia di nessuno in giro (all’andata come al ritorno). Cavolo se tirava l’idea della EU a suo tempo…
  • Chicago – Phoenix: 1 ora di cambio si trasformano magicamente in 5 ore di attesa perché il volo da me prenotato è stato cancellato per cause ancora sconosciute e sono stato quindi spostato prepotentemente sull’ultimo della notte…geopardizzando così tutto il mio sabato sera in quel di Phoenix. Per fortuna la mia indipendenza in territorio statunitense e il mio amore per lo sport in generale e la birra mi hanno aiutato a spendere le 4:30 prima del boarding in un Fox bar del Main Terminal in cui ho assaggiato il mio primo Burger e la mia prima Stella Artois alla spina e ghiacciata…proprio come piace a me. Nota di merito invece all’O’Hara airport di Chicago…aeroporto ben gestito nonostante i tanti voli e le temperature davvero proibitive per gran parte dell’inverno. Domanda: ma voi, se aveste avuto una compagnia aerea, avreste costruito/posto il vostro hub nel nord degli USA, vicino ai laghi e in una delle città più fredde d’america? AA…o non capisci un cazzo o è il solito problema di #dinamicheDominanti…
  • Phoenix: arrivo ore 23 (fuso centrale americano) di sabato. Distrutto…ma ancora la forza di prendere un taxi e fiondarmi in albergo ce l’avevo.

Lascio a voi fare i conti delle ore di viaggio totali…occhio che la matematica con i tutti i fusi presenti non è così ovvia.

Insomma, così è nata l’ennesima avventura in USA datata Gennaio/Febbraio 2010…e così ho concluso anche questa carrellata descrittiva a ritroso che è durata tanto, visti gli impegni delle ultime settimane. Un giudizio finale? Beh…le conclusioni le tiro sempre e solo in un post unico…ormai mi dovreste conoscere 😉

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Phoenix bellina..un pò meno di notte

Causa conferenza, le sere di Lunedì e Domenica sono state più easy, anche se di giorno non ho perso l’occasione per fare un giro per tutta downtown. Facile scoprire il centro città  negli USA (a meno che non siate a NYC/Boston/Chicago/LA/Miami) basta avere un’oretta e incominciare a setacciare una scacchiera di massimo 5 strade e non più di 2 avenue.

Anyway, queste un pò le considerazioni:

  • Downtown = Worktown: il centro di Phoenix è animatissimo dalle 7 alle 17, dal lunedì al venerdì…poi muore in una calma piatta tamburellata solamente dal movimento claudicante dei clochard (evviva..l’ho usata questa parola finalmente!) che cercano di combattere il freddo in un modo o nell’altro. Mi hanno spiegato che praticamente tutti i grattacieli del centro sono formati da uffici, che le piccole palazzine sono occupate da buchi arredati di poveracci ed ecco la motivazione di quello descritto prima. Pensate che la situazione è così estrema, che i 5 Starbucks che si susseguono attorno alla Central Avenue rimangono chiusi nel weekend; cosa che mi ha fatto non poco incazzare e impaurire, rispettivamente perchè avevo puntato tutto su quel benedetto franchising per la prima colazione con connessione e perché vedendoli tutti chiusi di domenica in centro-città pensavo avessero annunciato la fine del mondo e che io non sapessi nulla.
  • Gli omini arancioni: ci sono personaggi vestiti d’arancione sparsi per tutti gli incroci che separano il classico blocco Hilton/Sheraton/Hyatt. Penso siano pagati dal comune (se così si può dire) oppure un’associazione di volontariato (che qua in USA va sempre tanto di moda)…quello che fanno principalmente è dare indicazioni di qualsiasi tipo (una sorta di google map misto wiki settorizzato per Phoenix e in formato umano), ma li ho visti anche aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Mi è suonato strano che i bagarini spacciassero i biglietti NBA davanti alla loro faccia…
  • Un pò pericolosetta: essendo frequentato da tanti senzatetto e persone affamate, il centro di Phoenix non è uno dei posti più belli dove trovarsi da soli per strada in piena notte. Inoltre, in inverno, essendo una città piuttosto calda, il tasso di homeless aumenta pure e a questi poveretti che barcollano lungo i vialoni in cerca di qualche spicciolo, a volte penso gli si chiuda la vena e magari poi sono guai. Personalmente sono stato bloccato da due tipi in evidente stato d’ebrezza…diciamo che me la sono cavata, anche se poi mi è servita una birretta da Seamus McCaffrey’s Irish Pub per farmi passare l’adrenalina del momento.
  • Lightrail: praticamente un trenino non troppo veloce che viaggia su rotaie e attraversa tutto il centro fino alla periferia. Il tutto in nome dell’ecologia e dell’energia rinnovabile. Un applauso!
  • Piuttosto che in centro..fuori: Phoenix downtown non offre tante alternative per la vita notturna. Infatti per questo ci pensano Scottsdale e Tempe, due cittadine satellite, costruite in zone fighe di Phoenix da ricchi americani forse stanchi del putrido centro-città. In particolare, Scottsdale è animato da locali di alto livello, gente ricca, sfarzo sfrenato e persone rifatte (patria della chirurgia plastica mi hanno riferito), mentre Tempe coincide praticamente con il campus studentesco e quindi feste universitarie, locali universitari, divertimenti universitari.
  • Buonissimo il cibo: tantissimi sono i locali southwestern che, a mio parere, sono quelli che offrono cibo americano migliore. Uno su tutti: Sam’s Cafè presso l’Arizona Center. Sentite che piatto: due petti di pollo grigliati con in mezzo formaggio di capra, erbette e cicoria, il tutto appoggiato su uno strato di salsa rosa piccantina con punte di asparagi al vapore e verza sparsi per il piatto…il tutto a poco più di 12 € penso. Da provare!
  • Gran locale: il premio come locale più figo del centro lo vince Hanny’s, ma più per quello che offre in termini di cibo e bevande (scusate, ma quando si va troppo sul fighetto poi a me sti posti mi incominciano a puzzare di finto) per i bagni. Mi avevano detto sull’aereo verso Phoenix di questo locale lounge e della mania del padrone di progettare i bagni in modo che tu che ci vai e rimani stupito. Una fissa…una cosa che sembra lui faccia sempre in tutti i suoi locali. Per esempio da Hanny’s, rimani un pò così perché ti sembra che i bagni non abbiano le porte e che tu debba fare i tuoi bisogni di fronte a tutti…poi però scopri l’arcano e ti metti a ridere (e alla fine magari pisci anche…). Non dico di più altrimenti vi distruggo la sorpresa in caso ci vogliate andare. Per i più curiosi…nel virtual tour del sito si vede qualcosa. Bella trovata. (ps, mi hanno detto che questo tipo ha 3 o 4 locali in tutti gli USA e un paio sono a New York, con lo stesso fatto dei cessi. Chiedo a tutti i Newyorkesi all’ascolto di setacciare, provare e riportare…please!).
  • Il gufo: Hooters..c’è 😉

Questo è quanto almeno credo…anche perché causa mancanza di ore e brutto tempo non sono riuscito ad andare a visitare Sedona e tantomeno il Gran Canyon…va beh sfiga…un motivo in più per tornarci…

P.S.

Naturalmente anche questa avventura/città ha avuto la sua colonna sonora (sono un pò maniaco di questa cosa ormai mi conoscete)…e decisamente in questo caso è questa, ascoltata la prima sera in un localino vicino all’albergo…mi ha subito colpito e affondato…

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Nash..ma non il matematico

Phoenix per me è sinonimo di Suns..e oggi come oggi i Suns sono sinonimo di Nash. Ebbene sì..Martedì sera compro un biglietto on line da $ 15 e mi guadagno un bel posticino in gradinata allo US Airways Center. Perché anche se la partita non è delle migliori e i Bobcats non sono proprio gli avversari che ti sogneresti di vedere, il piccolo grande Steve è in campo e vederlo giocare dal vivo, devo ammettere che è una cosa impressionante. Sarà per la mia simpatia innata nei confronti dei canadesi che fanno gloria in USA, o per i bianchi che fanno successo in NBA, ma il Nash, gran sportivo e discreto calciatore, è per me uno dei più talentuosi cestisti degli ultimi anni.

Commenti al match? I Bobcats sono compatti, i Suns no; i Bobcats sono una squadra, i Suns sono solo Steve Nash; i Bobcats reggono anche per tutto il primo overtime, i Suns soccombono sotto le bombe da tre di Jackson. Risultato finale: 114 a 109 per la squadra di Charlotte…tutto sommato partita piacevole e pubblico piuttosto focoso.

Una scenetta: un tipo qualche fila davanti a me si scalda un pò troppo e dopo essere stato richiamato dalla sicurezza per il suo linguaggio scurrile, viene avvicinato dalle guardie armate di pistola elettrica. Il tipo si calma immediatamente ma viene comunque accompagnato fuori dal palazzetto. Per un attimo ho sperato continuasse a sbraitare perché quella pistolina elettrica non l’ho ancora vista in azione dal vivo… 😉

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Going out: Majerles Sports Grill

Majerles Sport Grill: 24 North 2nd Street, Phoenix (AZ)

Ce la farò mai a chiudere questo ennesimo racconto americano? Beh..se vado avanti di questo passo no..ma le scuse sono tante..e una su tutti era l’incombente deadline della tesi di dottorato che incombeva e che mi ha rubato, oltre che tante nottate, anche tutta la creatività di cui è fatto questo blog.

Comunque, a ritroso (perchè è così che si raccontano le cose qua ultimamente..) dall’esperienza newyorkese, sbarchiamo in suolo indiano e più precisamente a Phoenix, Arizona. Mercoledì sera (l’ultima in Arizona) solito social event della conferenza. Il tema era naturalmente “indians and cowboys” e la musica country la faceva da padrone. Dopo essermi annegato nel ricco e salutare (tanta verdura..una sorpresa) buffet e aver pagato $ 7 extra + tip per un bicchiere di vino rosso così così, non essendo neppure un gran ballerino di musica country, ho pensato bene di allontanarmi dalla folla e seguire il mio innaturale istinto per “bar con sorpresa” rifugiandomi in uno sport bar non troppo distante dalla ballroom.

Mi mantengo sulla seconda strada (essendo notte e Phoenix downtown non poi così troppo amichevole) direzione Airways Center (dove giocano i Suns per capirci) e…BINGO: Majerle’s Sport Grill. Subito dico…”Fantastico”…prima di tutto perchè è uno sport bar (everybody knows i luv sport bars) e secondo perchè quel nome, che a molti non significa tanto, è in verità il cognome di una vecchia stella (oltre che attuale vice-allenatore) dei Suns (e a me essere andato nel suo bar, gasa) che io ricordavo in coppia con Sir Charles grazie alle ore spese alla console gicando all’ NBA199x dell’EA Sports! Bene..e allora da ormai veterano di questi posti, mi siedo al bancone e ordino la classica birrozza, gradevolmente allietato dai quattro 45 pollici appesi a pochi metri davanti a me (alla faccia del consumo energetico, delle radiazioni e dell’inquinamento acustico 😉 .

Ma non è finita qui, come avevo detto il mio fiuto porta sempre a sorprese: infatti vengo a conoscenza che proprio al Mercoledì sera il locale propone un karaoke di qualità…non uno di quelli penosi dove pessimi dilettanti allo sbaraglio si cimentano in canzoni scontate, bensì qualcosa per il quale la gente sembra essere preparata (alcuni hanno un costume particolare/adatto) oppure ci crede veramente . Una su tutti: una ragazza bassa ma tamugna, con polsino nero e cappellino dei Suns, incazzata come una pantera che canta “So What’ cha Want” dei mitici Beastie Boys talmente bene che le è stato pure richiesto il bis dalla folla.

Da parte mia, nelle due orette spese nel locale, non sono stato certo con le mani in mano, e infatti mi sono gustato lo spettacolo ma anche qualche ala di pollo (+ l’immancabile sedano offerto dalla casa), tassativamente boneless (senza osso) con salsa piccante Buffalo e blue cheese. Tutto in perfetto stile americano!

P.S.

Ho appena attivato il servizio che ti posta direttamente su facebook i post del blog quando vengono pubblicati…quindi un grosso welcome a tutti i nuovi potenziali lettori!

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Going out Minnesota (Long Beach – Long Island, NY)

Minnesota 959 West Beech Street, Long Beach, NY

Sempre per la legge dell’andare a ritroso…mi ritrovo a raccontare del Giovedì sera passato a Long Beach (Long Island, NY). E dico sera per non dire notte in quanto quel maledetto aereo Phoenix – New York ha eseguito uno scalo tecnico a Chicago che è durato più del previsto e invece di un totale di 6…tutto il viaggio è durato ben 9 ore (va beh..le mie lamentele sull’american airlines le lascio ad un altro post).

Arrivato al JFK, sono stato trasportato in quel di Long Beach. Naturalmente il mare d’inverno non è così cool come durante il periodo estivo…e nemmeno il lungomare lo è dal momento che spirava un’aria gelida che tagliava la faccia e anestetizzava le orecchie. Un incubo andare da un bar all’altro…ecco perchè la scelta è stata inizialmente ponderata su iPhone e poi, una volta fuori di casa, di corsa verso il locale selezionato. Il Minnesota (Bar and Grill) è stato il prescelto..sia perché la cucina era ancora aperta alle 11 di sera, sia perché in seconda serata si sarebbe trasformato in una sorta di club (mentre tutti gli altri avrebbero potenzialmente chiuso).

C’ero già stato un paio di volte a Long Beach, e il Minnesota mi era sempre piaciuto per le band tribute che hanno solcato il palchetto: finti REM, finti Queen…questa volta era il turno di un finto Bono e di finti U2. Devo dire che i ragazzi erano bravi…ma Bono forse un pò troppo immedesimato nella parte (con tanto di slogan) per uscirne vivo su suolo americano. Ecco perché verso la fine dell’esibizione e se non ricordo male alla fine di “Pride”, il ragazzotto si becca ahimè un bicchiere da birra in testa…che si tramuta in una caccia all’uomo per i buttafuori e una grassa risata per il sottoscritto.

Beh…poi la serata scema con un assaggio di diverse birre grazie alle conoscenze con l’omino al bancone…tanto comunque il freddo polare aveva tagliato un pò la serata a tutti…e solo un super plane bagel con blue cheese e un the caldo alle 4 di mattina potevano prepararmi per una dormita a pancino pieno…

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Going out: Whiskey Bar

Mi scuso per la mancanza di costanza di questo blog e/o per la confusione che creo intervallando post di posti visitati con pensieri sparsi ed emozioni improvvise. Avevo promesso un racconto a ritroso dell’ultima avventura americana e mi sono perso nei meandri della rete (e della vita quotidiana)…ma via eccomi on track a raccontare del Venerdì sera di ormai un mese fa (sono infatti partito dal Lunedì con la cena di squadra, la domenica nel pub, salto il sabato perché il Nikki Beach è già stato raccontato) nel New Jersey in una delle località a me più care degli States e dove mi sono sempre divertito un sacco: Hoboken. Ricordo di aver già parlato di questa cittadina, ma un breve riassunto è dovuto: a uno sputo da NYC (più precisamente 5 minuti di treno dalla Penn Station), città natale di The Voice e luogo di grande prestigio studentesco (link). Tutto qua…dichiaro anche che se non avessi i soldi per vivere a Manhattan, questo sarebbe il primo luogo dove verrei a parare per una singola: sì lo so..qui sento già gli insulti dei difensori accaniti della Grande Mela ma guardate che anche da questa parte del fiume non si sta poi così male…sicuramente non è cool come dall’altro canto ma nel suo piccolo ha tutto (sì ok…Palbi aspetto i commenti)…peccato solo per quel 2 am di chiusura dei locali (essendo New Jersey)…una vera piaga per noi giovani!!! 😉

Comunque…ritornando alla serata…dopo il solito passaggio obbligato al Sushi Bar animato da dozzine di Saki Bomb (video esempio), via a piedi e di filata (visto i quasi 15 gradi sotto zero) verso il Whiskey Bar…uno di quei locali che se io avessi sotto casa, sarebbero la mia seconda dimora: musica dal vivo praticamente ogni sera, cover band e tribute band, buona scelta di birre e poi quando scatta la fase danzante il gruppo non se ne va, ma arrangia una serie di pezzi storici statunitensi tra i quali gli immancabili Bon Jovi, Guns e The Boss. Unico difetto…i buttafuori un pò assillanti…non vorrei dire ma se lo spazio è di 25 mq e ci sono 150 persone è un pò difficile non prendersi con gli altri…

…va beh…per me basta che suonino questa così mi vien da piangere, canto a squarciagola e tutto il resto non importa…

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